mercoledì 31 ottobre 2012

“Emotivi anonimi” di Jean-Pierre Améris: il fortunato incontro di due timide anime gemelle.


Diretta nel 2010 dal regista francese Jean-Pierre Améris, “Emotivi anonimi” è una piacevolissima commedia che, sebbene poggi su di una sceneggiatura estremamente semplice, grazie alle irresistibili interpretazioni di Isabelle Carré e Benoît Poelvoorde riesce comunque a proiettarci in un’atmosfera quasi favolistica, senza una precisa connotazione temporale.
Angélique (Isabelle Carré) è una giovane donna che, a causa della sua eccessiva emotività, frequenta il gruppo di aiuto degli “Emotivi anonimi”.
Maestra cioccolataia di professione, dopo aver decretato con la propria arte la fortuna di una cioccolateria, pur rimanendo nell’anonimato, è adesso alla ricerca di un nuovo impiego a seguito del decesso del suo datore di lavoro.
A questo proposito si rivolge alla “Fabrique de Chocolat”, una piccola impresa sull’orlo del fallimento, diretta dal signor Jean-René Van Den Hugde (Benoît Poelvoorde), un uomo all’apparenza burbero, ma in realtà letteralmente terrorizzato dal rapporto con le donne.
Dopo un breve colloquio Angélique viene immediatamente assunta ma, a causa di un equivoco, invece di essere adibita alla preparazione del cioccolato, le viene assegnato il ruolo di responsabile delle vendite.
Sebbene la donna si ritenga assolutamente inadeguata per quella mansione, si impegna a vincere la sua patologica timidezza per cercare di risollevare le sorti dell’azienda.
Nel frattempo Jean-René, su suggerimento dello psichiatra presso il quale è in cura, invita Angélique a cena nel tentativo di riuscire a superare la sua paura nei confronti dell’altro sesso.
Tra i due scocca immediatamente la scintilla, ma entrambi non riescono a esprimere liberamente i propri sentimenti; la loro profonda mancanza di fiducia in se stessi verrà a ogni modo ben presto sopraffatta dalla forza del loro amore… 


In “Emotivi anonimi” ci viene presentata la storia di due anime gemelle, abituate a combattere quotidianamente contro la loro patologica insicurezza; ma non è solamente la paura di rapportarsi con il mondo esterno ad accomunare Angélique e Jean-René.
In effetti, entrambi hanno fatto della passione per il cioccolato la loro professione; ed è proprio nell’ambito di un contesto lavorativo che le loro strade, così emotivamente impervie, si incontrano. 
Sarà un amore pressoché a prima vista ma, come del resto è facilmente prevedibile, sarà altresì alquanto problematico per loro due riuscire a dichiararsi apertamente.
“Emotivi anonimi” non è certamente il primo film in cui viene data prova di come il cioccolato riesca a unire gli animi umani, creando contemporaneamente intorno a sé qualcosa di estremamente magico.
Isabelle Carré, nei panni della trasognata e romantica Angélique, e Benoît Poelvoorde, in quelli del superimpacciato Jean-René, con la loro delicata recitazione riescono a dare vita a due personaggi credibili nonostante il contesto quasi favolistico in cui sono calati.
Anche se la storia è ambientata ai nostri giorni, fin dalle prime note di “J’ai confience en moi”, il brano interpretato dalla stessa Carré che accompagna i titoli di testa, abbiamo immediatamente l’impressione di essere proiettati in un’epoca appartenente al passato, sebbene non ben definita temporalmente; questo grazie anche a un sapiente utilizzo delle luci che riescono a conferire alla pellicola un’atmosfera vagamente retrò.



Titolo: Emotivi anonimi ( Les émotifs anonymes ) 
Regia: Jean-Pierre Améris
Interpreti : Isabelle Carré, Benoît Poelvoorde, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie
Nazionalità: Francia / Belgio
Anno : 2010


mercoledì 24 ottobre 2012

“I diabolici” di Henri-Georges Clouzot: un thriller carico di suspense ambientato nella misteriosa periferia parigina degli anni cinquanta.


Tratto dal romanzo “Celle qui n’était plus”, scritto a quattro mani da Pierre Boileau e Thomas Narcejac, “I diabolici” è considerato uno dei primi, e soprattutto validi, thriller  prodotti in Francia. Diretta nel 1955 da Henri-Georges Clouzot (definito dalla critica cinematografica  “l’Hitchcock francese” ), questa pellicola consacrò definitivamente la bravura e il talento della carismatica Simone Signoret.
A Saint-Cloud, nella periferia parigina, si trova il collegio maschile Delassalle, diretto dal tirannico Michel Delassalle (Paul Meurisse).
Fanno parte del corpo insegnante anche sua moglie Christina (Véra Clouzot), donna remissiva, estremamente religiosa e, soprattutto, gravemente cardiopatica, e la burbera Nicole (Simone  Signoret), con la quale Michel ha una relazione extraconiugale.
Moglie e amante, esasperate dai continui maltrattamenti subiti dal dispotico direttore, decidono di allearsi allo scopo di ucciderlo.
L’occasione per farlo si presenta durante un lungo week-end in cui le lezioni vengono momentaneamente sospese, e Nicole, accompagnata da Christina, ne approfitta per tornare a Niort, la sua città natale.
Raggiunte da Michel la sera stessa, le due donne riescono a mettere in atto il loro diabolico piano. Dopo averlo fatto ubriacare, lo annegano in una vasca da bagno; successivamente ne riportano il cadavere a Saint-Cloud per gettarlo nella piscina della scuola, in attesa che venga poi scoperto.
Subito dopo il loro rientro al collegio inizierà però a verificarsi una serie di fatti inspiegabili, a seguito dei quali Christina e Nicole cominceranno a temere che Michel non sia effettivamente morto…


Al momento della sua uscita nelle sale francesi, “I diabolici” riscosse un tale successo, sia di critica che di pubblico, che fu immediatamente paragonato alle opere di Alfred Hitchcock.
Caratterizzata dalla pressoché totale assenza di una colonna sonora, questa pellicola si contraddistingue per il ritmo incredibilmente serrato con il quale si dipana la storia, nonché  per la continua e crescente tensione che si sviluppa grazie anche alle  encomiabili interpretazioni delle due attrici.
Lo spettatore viene talmente coinvolto nella vicenda, che ha addirittura la sensazione di trovarsi al fianco di Christine e Nicole durante i numerosi colpi di scena che il film ci riserva.
Il bianco e nero della pellicola, oltre ad accentuare gli aspetti estremamente cupi della vicenda, le conferisce un fascino particolare, restituendoci l’immagine di una periferia francese degli anni cinquanta dall’atmosfera solo in apparenza tranquilla.  
Preoccupandosi di garantire il massimo effetto sorpresa a tutti coloro che si recavano a vedere “I diabolici”, Henri-Georges Clouzot impose ai gestori dei cinema di tenere chiuse le porte delle sale durante la proiezione; per lo stesso motivo, al termine del film appariva sullo schermo un messaggio con il quale il regista esortava gli spettatori a non rivelare a parenti e amici nulla di ciò che avevano appena visto.
Nel 1996 “I diabolici” divenne poi oggetto di un fedele remake diretto dal regista canadese Jeremiah S. Chechik dal titolo “Diabolique”, in cui i ruoli di Nicole e Christina furono assegnati rispettivamente a Sharon Stone e Isabelle Adjani, mentre il personaggio di Michel Delassalle venne interpretato dal poliedrico Chazz Palminteri.





Titolo: I diabolici ( Les diaboliques )
Regia: Henri-Georges Clouzot
Interpreti : Simone Signoret, Paul Meurisse, Vera Clouzot, Charles Vanel
Nazionalità: Francia
Anno : 1955


mercoledì 17 ottobre 2012

“Play Time” di Jacques Tati: Monsieur Hulot nel caos della civiltà moderna.


Dopo tre anni di lunga e sofferta lavorazione, nel 1967 uscì finalmente nelle sale francesi “Play  Time”: il quarto lungometraggio di Jacques Tati. Questa pellicola, sebbene considerata un capolavoro per l’attenzione quasi maniacale prestata ai singoli dettagli, si rivelò un vero e proprio fiasco al botteghino, determinando così la rovina economica del geniale cineasta francese a causa degli elevatissimi costi di produzione dallo stesso sostenuti per la sua realizzazione.
In una Parigi ultramoderna, popolata da altissimi palazzi in vetro e acciaio, si intrecciano le vite  di una serie di alquanto bizzarri personaggi.
Monsieur Hulot (Jacques Tati) si reca in uno di questi edifici per un importante appuntamento e invece, perdendosi in un complicato labirinto di uffici e corridoi, si ritrova a visitare insieme a un gruppo di turiste americane una fiera campionaria, all’interno della quale vengono presentati dei singolari oggetti dal design moderno.
Successivamente Hulot incontra un suo ex-compagno d’armi che lo invita nel suo appartamento-vetrina, da lui acquistato di recente.
Al calar della notte, poi, si ritroverà insieme agli altri personaggi da lui incrociati nel corso di quella insolita giornata all’inaugurazione di un night-club, durante la quale il locale verrà invece completamente distrutto a seguito del verificarsi di una serie di comici incidenti.



Dopo “Le vacanze di Monsieur Hulot” e “Mio zio”, Jacques Tati portò per la terza volta sullo schermo le peripezie dello strampalato signore dal portamento dinoccolato.
Caratterizzato dall’assenza di una vera e propria trama, e girato in 70mm, “Play Time” sviluppa la sua comicità soprattutto a livello visivo e sonoro, poiché i dialoghi tra i personaggi di cui riusciamo a fare una superficiale conoscenza durante la visione della pellicola sono ridotti praticamente al minimo.
Ancora prima che per la sua genialità e originalità, questo lungometraggio viene ricordato per l’enorme set fatto costruire appositamente da Tati nella periferia di Parigi, nei pressi dell’aeroporto di Orly, che per questo motivo venne soprannominato “Tativille”.
Il regista francese ha immaginato una metropoli futurista dove altissimi e asettici palazzi, che potremmo ritrovare in qualunque altra città del mondo, hanno preso il posto dei ben più armoniosi edifici storici. In effetti, ci rendiamo conto che l’azione si sta svolgendo a Parigi solo nel momento in cui riusciamo a intravedere, riflessi nelle vetrate delle nuovissime costruzioni, la Tour Eiffel, l’Arco di Trionfo e la Basilica di Montmartre.
“Play Time” si presenta come una satira sulla smania del moderno che contraddistingue il genere umano e, allo stesso tempo, tenta di mettere in guardia dai pericoli derivanti dall’uso delle nuove tecnologie che, come vediamo durante la serata inaugurale del Royal Garden, anziché agevolare la nostra quotidianità, rischiano di complicarla inutilmente, ostacolando così i normali rapporti umani.
Così facendo Tati riprende un tema da lui già trattato circa dieci anni prima in “Mio zio”, uno dei suoi indimenticabili capolavori, in cui il calore dei rapporti umani vissuti in un quartiere popolare nella Francia della fine degli anni cinquanta viene raffrontato, ovviamente con la dovuta dose di ironia, con l’eleganza dell’atmosfera che si respira all’interno di una villa ultramoderna, dotata di tutte le ultimissime invenzioni tecnologiche.   




Titolo: Play Time ( Play Time )
Regia: Jacques Tati
Interpreti : Jacques Tati, Barbara Dennek, Rita Maiden
Nazionalità: Francia
Anno : 1967


giovedì 11 ottobre 2012

“Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” di Laurent Tirard: il mondo visto con gli occhi dei bambini.


Ispirandosi alla serie di racconti illustrati ideata da René Goscinny e Jean Jacques Sempé alla fine degli anni cinquanta, nel 2009 il regista Laurent Tirard ha realizzato per il grande schermo una pellicola estremamente piacevole e divertente. Campione di incassi in Francia, “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” ha riscosso un enorme successo di pubblico soprattutto per la sua capacità di raccontare tramite lo sguardo infantile e incantato di un gruppo di bambini un’epoca purtroppo ormai lontana.
Nicolas (Maxime Godart) è un bambino di 8 anni che, nella Francia della fine degli anni cinquanta, trascorre in modo spensierato le sue giornate tra la scuola, la famiglia e gli amici.
Un giorno, equivocando il contenuto di una conversazione tra i suoi genitori (Kad Merad e Valérie Lemercier), inizia a credere che presto avrà un fratellino. Prevedendo quindi che le attenzioni di mamma e papà non saranno più rivolte esclusivamente a lui, e temendo di essere da loro abbandonato nel bosco come Pollicino, Nicolas coinvolge i suoi compagni di scuola affinché, dopo la sua nascita, il bambino venga immediatamente rapito.
Dopo una serie di divertenti equivoci e peripezie, Nicolas si convincerà del fatto che avere un fratello più piccolo non è poi così male e, soprattutto, può presentare dei vantaggi; purtroppo per lui, però, la realtà si rivelerà ben diversa  da ciò che invece aveva immaginato…



Con questa pellicola il regista ci accompagna in un’epoca che ci appare come sospesa nel tempo e, per questo motivo, surreale.
Quello de “Il piccolo Nicolas e i suoi genitori” è un mondo visto con gli occhi dei bambini, all’interno del quale la cosa peggiore che può capitarci è di ricevere una punizione da parte della maestra o, proprio come accade a Nicolas, di venire a sapere che presto non saremo più gli unici destinatari delle abituali attenzioni degli adulti.
Grazie alla particolare cura impiegata nel ricreare, con scenografie e costumi, le atmosfere tipiche di quel tempo, abbiamo la sensazione di (ri)vivere in quella Francia della fine degli anni cinquanta che abbiamo conosciuto tramite l’ampia filmografia di quel periodo.
Gli spettatori adulti, che erano anche loro bambini all’epoca in cui sono ambientate le avventure di Nicolas, saranno molto probabilmente assaliti da una forte nostalgia per quei tempi ormai lontani ma, allo stesso tempo, non potranno fare a meno di sorridere di fronte all’ingenuità che solitamente caratterizza quell’età spensierata e che accomuna il nostro protagonista e i suoi compagni di classe.
Il pubblico più giovane, invece, non faticherà a riconoscersi nei singoli personaggi creati, più di cinquant’anni fa, dalla fervida immaginazione di Sempé e Goscinny ( quest’ultimo, autore tra l’altro insieme a Uderzo del celeberrimo Asterix ).
Decisamente lodevole la recitazione del piccolo Maxime Godart, alla sua prima esperienza di fronte alla macchina da presa; mentre Valérie Lemercier et Kad Merad (quest’ultimo noto al pubblico   italiano soprattutto per la sua irresistibile interpretazione in “Giù al nord” ) si confermano ancora una volta dei veri campioni di comicità.



Titolo: Il piccolo Nicolas e i suoi genitori ( Le petit Nicolas )
Regia: Laurent Tirard
Interpreti : Kad Merad, Valérie Lemercier, Maxime Godart, Sandrine Kiberlain, Michel Duchossoy
Nazionalità: Francia
Anno : 2009


domenica 7 ottobre 2012

“La ragazza sul ponte” di Patrice Leconte: una favola moderna la cui morale ci invita alla speranza.


Girato in bianco e nero da Patrice Leconte, il regista del fortunato “Il marito della parrucchiera”, “La ragazza sul ponte” narra come l’inaspettato incontro tra una giovane donna  e un uomo maturo   (interpretati rispettivamente da una deliziosa Vanessa Paradis e uno smaliziato Daniel Auteuil) riesce a stravolgere completamente le sorti delle loro disperate esistenze. E’ una favola moderna dalle tinte noir, la cui morale ci esorta a credere, oltreché a sperare, che nella vita, anche nelle situazioni apparentemente più critiche, possa sempre esserci un lieto fine.
Adèle (Vanessa Paradis) è una giovane donna con un passato travagliato alle spalle. Alla continua ricerca del vero amore fin dai primi anni della sua adolescenza, si è sempre sentita usata dagli uomini che ha incontrato lungo il suo percorso e che si sono approfittati della sua ingenuità.
Una notte, in preda al massimo sconforto, decide di porre fine alla sua breve esistenza, gettandosi da un ponte sulla Senna.
Salvata in extremis da Gabor (Daniel Auteuil), un maturo lanciatore di coltelli disoccupato, le viene proposto da quest’ultimo di diventare sua assistente negli spettacoli che organizza in giro per l’Europa.
Sebbene inizialmente titubante, Adèle finisce per accettare la proposta di lavoro di quell’uomo, non avendo nulla da perdere.
A seguito di quell’insolito incontro, inizierà per loro due un periodo di inaspettata fortuna, durante il quale si ritroveranno a viaggiare con il loro spettacolo dalla Francia all’Italia, dalla Grecia alla Turchia.
Acquisita una maggiore fiducia in se stessa e nei confronti della vita, Adèle deciderà così di allontanarsi da Gabor, dopo essersi per l’ennesima volta infatuata di un uomo da poco conosciuto su di una nave da crociera.
Il suo rapporto con il lanciatore di coltelli, mantenutosi fino ad allora su di un piano strettamente professionale, si paleserà essere qualcosa di più profondo, soltanto quando lei, resasi definitivamente conto di non poter più stare lontano da quell’uomo, deciderà di tornare da lui.
I due si rincontreranno a Istanbul. Questa volta, però, sarà Adèle a trovarlo su di un ponte, in procinto di gettarsi nel fiume.
L’improvvisa apparizione e la dolcezza della ragazza dissuaderanno Gabor dal commettere quell’estremo gesto.



Partendo dall’incontro di due persone che, pur caratterialmente diverse, sembrano vivere costantemente sull’orlo del precipizio, Leconte dipana una storia sull’amore e la fortuna, sulla voglia di scegliersi e, soprattutto, di rimanere insieme.
Adèle è una ragazza che, nonostante la sua giovane età, può a ragion veduta ritenersi delusa dalla vita. La sera in cui decide di farla finita per sempre, ecco che l’incontro con Gabor le accende nell’animo un nuovo barlume di speranza
Sebbene inizialmente terrorizzata dall’idea di diventare il vulnerabile bersaglio dei suoi pericolosissimi coltelli, Adèle decide di seguire quell’uomo, la cui maturità gli permette di guardare alla vita con disincanto.
Fino a quando i due rimangono insieme, la fortuna continua a sorridere a entrambi, con i loro spettacoli che riscuotono ovunque un enorme successo.
Il loro è un rapporto che, sebbene improntato essenzialmente alla professionalità, sembra nascondere qualcosa di più profondo e coinvolgente, sebbene nessuno dei due abbia il coraggio di riconoscerlo e, quindi, di ammetterlo.
In effetti, è nel momento in cui vediamo Gabor lanciare con estrema precisione i suoi affilati coltelli contro Adèle, che tra i due sembra instaurarsi una maggiore intimità, proprio come in un rapporto erotico, all’interno del quale si presenta alquanto labile il confine tra paura e piacere; come  appare evidente anche dalla visione di questa clip, in cui, grazie anche alla stupenda melodia di "Who Will Take My Dreams Away?" ( interpretata da Marianne Faithful ), ci ritroviamo magicamente coinvolti nella sensuale atmosfera di quel momento così carico di passione; una passione destinata inevitabilmente ad esplodere.
La scelta del bianco e nero, oltre a rendere questa pellicola originale dal punto di vista visivo, riesce a sospenderla nel tempo, come se il regista avesse voluto sottolineare l’eterna validità del messaggio di speranza che con “La ragazza sul ponte” ci vuole trasmettere.



Titolo: La ragazza sul ponte ( La fille sur le pont )
Regia: Patrice Leconte
Interpreti : Daniel Auteuil, Vanessa Paradis, Luc Palun, Frederic Pfluger
Nazionalità: Francia
Anno : 1999

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